“La parola di Cristo abiti tra voi” (3,16)
Oggi tutta la Chiesa celebra per la settima volta la Domenica della Parola di Dio, istituita da Papa Francesco con lo scopo di “ravvivare la responsabilità che i credenti hanno nella conoscenza della Sacra Scrittura e nel mantenerla viva attraverso un’opera di permanente trasmissione e comprensione, capace di dare senso alla vita della Chiesa nelle diverse condizioni in cui si viene a trovare".
La Parola di Dio non è molto conosciuta nelle comunità. Si dedica alla sua conoscenza scarsissimo tempo. Gli incontri di catechesi per adulti, centrati sulla Parola e sulla sua applicazione alla vita, radunano pochissime persone. Non se ne capisce l'importanza.
Eppure Gesù la paragonava a un fuoco che tutto può trasformare in luce e calore. È facile capire il perché.
Gli scritti biblici sono le parole dell’inizio della fede, le parole piene delle origini, dalle quali si è sviluppato una storia giunta fino a noi. Sono come le prime lettere d’amore di due fidanzati che poi hanno dato continuità al loro amore che si è consolidato negli anni. Ritornare a quelle lettere ogni tanto, ricordarle e rileggere quelle parole decisive per la loro vita non può non riempirle ogni volta di meraviglia, di gioia, d’incanto. Quelle parole sono rigenerative. Ricordare (re-cordare: portare il cuore) quelle parole è questione di cuore: ogni volta si rigenera quella medesima prima emozione. L’amore commosso si rinnova e si consolida. Certo, magari dopo cinquant’anni le parole d’amore sono un po’ cambiate nella forma e nell’espressione, ma il significato è il medesimo, più vivo che mai.
Se i credenti non amano riferirsi quotidianamente alle parole originarie della loro fede può solo essere perché non sono veramente innamorati di Cristo, non ne sono toccati e interessati. Peccato.
Gesù, per venirci incontro, faceva ai discepoli un esempio per spiegare loro cosa avviene nell’ascolto (vivo ed emozionato) della Parola. La paragonava a un seme. Pensiamo all’avventura di un chicco di grano posato nel terreno. Da un seme si sviluppa prima un germoglio e poi una pianta. Alla fine matura la spiga. Ecco il prodigio: i nuovi chicchi non sono i medesimi del primo seme. Sono altri chicchi. Eppure sono gli stessi, dello stesso genere, dello stesso codice genetico. Non si semina grano per raccogliere fagioli. Si miete solo e sempre lo stesso tipo di frumento. Lo stesso ma non il medesimo.
Nessun plagio, nessuna “imitazione” di facciata, ma una rigenerazione. Questo avviene nell’uditore della Parola che ogni volta ritorna a quelle pagine come l’innamorato rivive le parole piene del suo amore d’origine.
25/01/2026
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