Come Gesù insegna ad amare
Esiste un’esperienza umana che ha il potere di riannodare i vincoli spezzati e, al tempo stesso, di purificare il sentimento religioso: il perdono. Perdonare è la sola risposta che non si limita a “re-agire”, a perpetuare, cioè, un processo, ma segna una svolta, spezza un circolo vizioso, agisce in modo nuovo e imprevisto. L’atto del perdono non può mai essere programmato né preteso. La libertà e la novità che esso produce sono quanto di più personale esista (solo l’amore ha il potere di perdonare) e, nello stesso tempo, è eminentemente “sociale”: nessuno può perdonarsi da solo, come nessuno può “rinnovarsi” da sé. Il perdono trae fuori la persona dalla sua chiusura egocentrica e la introduce in un’esperienza di autorivelazione: l'io emerge nella sua grandezza, toccando il fondo dell’umiltà. Nel perdono, forma eccellente del dono, anche l’azione sociale supera se stessa, perché “l’amore è uno degli avvenimenti più rari nelle vite umane, forse la più potente di tutte le forze umane anti-politiche” (H. Arendt).
Nell’unità misteriosa della persona ogni verità della fede, ogni azione sacramentale, ogni espressione dell’affezione umana si completa nelle altre e, al tempo stesso costituisce il fondamento delle altre. Si crea nella vita del cristiano una circolarità di esperienze tra la fede professata e celebrata nella liturgia, e vissuta nei legami vitali. Si può quindi entrare nel mistero della misericordia di Dio, offerta nel sacramento del perdono, percorrendo la vita e le ritualità della famiglia, le quali a loro volta sono trasfigurate e illuminate dal dono della Grazia sacramentale.
Il figlio non ha scelto di nascere: è stato voluto, ha avuto la vita in dono. La vicenda intera della famiglia sta qui: è la storia di un amore ricevuto che si ritrasmette. Il predominio sta nella grazia: se non si è amati e voluti, se non si è prima portati in braccio, si stenta camminare da soli. Ma la grazia è anche misericordia: l'amore ferito può essere risanato, l'amore dato male può essere riscattato, l'amore non avuto può essere donato.
In casa si diventa figli soprattutto attraverso il perdono reciproco. L’amore appare, infatti, in tutto il suo inestimabile valore quando si rischia di perderlo, quando è offeso e ha bisogno della riconciliazione. La richiesta di perdono è l’altra faccia dell’amore: più amiamo una persona, più ci rincresce se la facciamo soffrire con comportamenti sbagliati. Perdonandosi le persone si accettano nella loro verità e si aiutano nella loro fragilità. Il bambino impara a essere figlio quando e perché si sente accettato e si percepisce accolto, sperimentando di essere perdonato.
La pratica del perdono è una necessità quotidiana e, insieme, un’esigenza sempre difficile e perturbante, che richiede tempo e cura. Ogni volta che si chiede scusa o si formula una domanda di perdono, l’emotività che si libera (se le parole sono sincere) ha bisogno non solo di parole ma anche di gesti, di simboli, della tonalità della voce, dell’incontro degli sguardi, del portamento del corpo, in rapporto alla gravità dello strappo che il torto ha determinato.
Non si può chiedere e concedere il perdono senza compiere un rito. Le ritualità del perdono, soprattutto familiari, ci aiutano così a entrare nella celebrazione del sacramento del perdono, che ha bisogno di una vera riscoperta, soprattutto nella sua ritualità liturgica.
Nella tradizione cristiana il rimedio alle contraddizioni quotidiane dell’amore sono due: la fatica dell’educazione e la necessaria “guarigione” per opera della Grazia. La pratica educativa quotidiana e la correzione fraterna reciproca trovano nel sacramento della guarigione (la Penitenza) la fonte del loro valore. Senza il sacramento della misericordia, infatti, l’educazione potrebbe limitarsi a produrre in chi sbaglia il “senso di colpa”, la vergogna che nasce dalla perduta stima delle persone amate o, peggio, quando mancasse la catechesi della misericordia, la paura della vendetta di Dio. La correzione fraterna non basterebbe, senza la Grazia, a incoraggiare il senso della responsabilità morale e la motivazione a rimediare il male commesso e a migliorare se stessi.
Ai drammi e alle catastrofi del Novecento, la società occidentale non ha rielaborato alcuna forma di riparazione simbolica, come dimostra il volume di F. Stoppa (La restituzione). Si è sforzata di cancellarne la memoria, puntando tutto sulla rinascita economica. Il culto consumistico delle merci ha alimentato l’illusione che il godimento dei beni disponibili avrebbe pacificato gli egoismi ed eliminato i conflitti. Si è immaginata una democrazia planetaria (globalizzazione) affidata alla potenza della tecnica. Ai sistemi totalitari si sono così sostituite l’esaltazione del mercato (il neoliberismo) e il culto delle sue merci (il consumismo). Il crollo che ha originato l’attuale crisi economica nasce precisamente di questa perversa idolatria.
Nel mondo che non ripara le sue colpe, che non coltiva la responsabilità verso la verità, né prova l’interesse a farla valere, l’individuo non si accorge più dell’Altro. Spezzando i legami, però, distrugge se stesso.
Il rimedio richiede dunque di rovesciare la prospettiva, riparando l’errore. Se la colpa è l’ingordigia che porta al disprezzo degli altri, fino alla loro negazione, la riparazione consiste nella riscoperta del valore inestimabile dei legami umani, nell’esperienza del dono e nella messa in discussione dell’atteggiamento di rapina nei confronti del creato.
I giovani sono vittime di errori compiuti da altri, da chi li ha preceduti, ma non bisogna limitarsi a compatire, lamentare, giustificare.
L’attuale generazione giovanile ha comunque ricevuto quanto nessun altro bambino aveva mai potuto godere in termini di sicurezza e di benessere. Questo privilegio diventa mortifero se non viene restituito. È una regola della vita, come anche la insegnava Gesù: “Chi ama la sua vita la perde” (Gv. 12,25).
13/09/2026
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